Acqua, ultimo prezzo – da viaemilianet.it

Da bene comune a bene privato. Il caso di Aimag, “un gioiello di famiglia svenduto a Hera”. Parla Giancarlo Spaggiari, già presidente di Agac (l’ex-municipalizzata di Reggio Emilia) e ora consulente della multiutility che Carpi ed altri comuni hanno deciso di cedere in buona parte al colosso bolognese

CARPI (MO), 6 OTT. 2009 – Svendesi cospicua quota di società di servizi pubblici. E’ l’annuncio che avrebbero potuto affiggere Carpi e gli altri comuni della provincia di Modena soci della multiutility Aimag. Gli enti locali, cioè, che hanno deciso di cedere il 25% del capitale sociale della propria ex municipalizzata a un soggetto esterno. Nei giorni scorsi una commissione ha valutato positivamente l’unica offerta d’acquisto ricevuta dopo la pubblicazione del bando di gara, quella avanzata da Hera Spa. Un’approvazione che lascia però l’amaro in bocca in casa Aimag. Presso il quartier generale dell’azienda è difficile avere commenti, ma il clima che si respira è di insoddisfazione. “Aimag è fortemente amareggiata perché, per fare cassa e per rientrare dei loro debiti, i Comuni regalano un gioiello di famiglia” a parlare è Giancarlo Spaggiari, consulente di Aimag e unico membro della commissione chiamato a rappresentare il punto di vista della multiutility carpigiana. “Mi sono trovato in una posizione fortemente minoritaria in quanto, su cinque componenti, quattro erano funzionari di Comuni i cui bilanci dipendevano dalla vendita di Aimag”, ci spiega Spaggiari sottolineando di essere uscito sconfitto dalla commissione. “Per quanto scritto sul bando di gara, l’offerta di Hera andava respinta. Ma la fretta di vendere ha prevalso”.

Allora avevano ragione i promotori del referendum contro la privatizzazione?
Il referendum è stato posto in maniera fuorviante. Si parlava di privatizzazione di Aimag, mentre il procedimento che si voleva attuare era diverso. Se alla fine c’è stato un solo offerente, è chiaro che il disegno era ampiamente politico e volto alla monopolizzazione e cioè all’accorpamento di Aimag in Hera. Il progetto era di compattare tutto all’interno del “mostro” dell’iper società regionale. A comporre Hera, una volta, erano diverse società provinciali, poi riunite in un’unica holding che ha sede a Bologna. Se però si chiama per un guasto al rubinetto risponde un call center che probabilmente è a Latina.

La perdita della territorialità delle società di servizi è un processo già avviato da tempo…
Quando ero direttore all’Agac (l’azienda di servizi municipalizzata di Reggio Emilia, ndr), correvo su e giù per i comuni di tutta la provincia. C’era un rapporto col territorio da parte di questo tipo di aziende, che, voglio ricordarlo, sono dei cittadini, non dei politici. I processi di concentrazione e di espansione non hanno nessuna ragione d’esistere, perché si tratta di società che non dovrebbero andare fuori dal proprio territorio, bensì dovrebbero restarci per lavorare bene.

Allora anche la fusione tra Iride ed Enia è senza senso…
Per l’utenza non vedo quali vantaggi possa portare. Le motivazioni di chi promuove l’operazione sono del tipo “ci fondiamo per diventare più grossi, per acquistare massa critica”. Ma per andare a far cosa? Combattere contro Marte? Conquistare dei territori dove? Andare a distribuire l’acqua e il gas in Polonia? No, non sono questi i motivi che spingono alle fusioni. Le unificazioni si fanno per il soddisfacimento strettamente economico dei manager. E per creare dei ricoveri per politici trombati. E’ il calo dei consensi alla politica dominante che fa prendere queste strade.

E dell’ultimo decreto in materia di servizi pubblici, il provvedimento che interviene sull’obbligatorietà della gara per l’affidamento del servizio idrico specificando che il socio privato non può avere una quota inferiore al 40% del pacchetto azionario, cosa ha da dire?
E’ un disastro. Ma soprattutto è comico per il termine che stabilisce: il 2010 (termine entro il quale decadono gli affidamenti a spa miste dove il socio non è stato scelto tramite gara, ndr). La proprietà in mano pubblica di praticamente tutte le società di pubblici servizi dovrà scendere al 30 per cento, mentre oggi in molti casi è ancora all’80 o 90 per cento. In Italia non ci sono abbastanza soldi perché il privato possa comprare tutte queste quote in mano ai Comuni. I casi saranno due: o verranno svendute, oppure entreranno le multinazionali. Ma in Borsa, ripeto, non ci sono abbastanza soldi per operare una privatizzazione di questo tipo in tempi così brevi.

Un decreto voluto da lobby di industriali assetate di guadagni assicurati in tempi di crisi…

La pressione di Confindustria è da anni che esiste in questo settore, dal loro punto di vista si tratta di un territorio in cui potersi espandere e profittare. Chi ancora resisteva a queste mire erano i partiti di centro sinistra che avevano ancora al comando delle multiutility dirigenti da loro nominati. Poi c’era la Lega Nord, la quale aveva trovato nelle aziende pubbliche spazio per disseminare i propri amministratori. Di colpo però è intervenuta un’intesa, quella fra Fitto e Calderoli, che ha fatto abbandonare alla Lega la posizione precedente. Non so quale sarà il seguito di questo patto, la gente non se n’è mica accorta ancora.

di Andrea Bassi

LA MAZZATA FINALE DEL GOVERNO SULL’ACQUA PUBBLICA |

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