Senza reti

Senza reti
Paolo Cacciari
– carta.org  2 Novembre 2009

E’ iniziato l’ultimo assalto ai servizi pubblici locali. Entro questo mese [novembre] il parlamento dovrà ratificare il decreto del governo che completa la privatizzazione delle aziende di «servizi pubblici locali con rilevanza economica», cioè, le reti di luce, acqua, gas, trasporti e di raccolta rifiuti con relativi impianti…

E’ iniziato l’ultimo assalto ai servizi pubblici locali. Entro questo mese [novembre] il parlamento dovrà ratificare il decreto del governo che completa la privatizzazione delle aziende di «servizi pubblici locali con rilevanza economica», cioè, le reti di luce, acqua, gas, trasporti e di raccolta rifiuti con relativi impianti. Obbligo di affidamento della gestione a imprese private, obbligo di cedere quote azionarie a capitali privati, il tutto attraverso gare, vere aste a chi offre di più. [Legge 133 del 2008 e Decreto legge 25 settembre 2009, n. 135]. Per ironia della sorte, il lungo percorso di trasformazione delle ex municipalizzate in «utilities», cioè in società per azioni, meglio se partecipate da capitali privati e quotate in borsa, avviato nel fuoco del furore liberista bipartisan [do you remember Linda Lanzillotta?] contro il «socialismo municipale» e in nome di «privato è meglio», si chiude proprio quando la crisi ha smascherato la vera natura truffaldina della finanziarizzazione dell’economia.
I capitali fluttuanti hanno un grande bisogno di trovare «asset» con sicuri rendimenti. Ed ecco preparato su un piatto d’argento un boccone di più di 900 società che valgono 42 miliardi con un fatturato di 37 miliardi. Il 70% delle ex municipalizzate [ora società a maggioranza pubblica] è infatti in attivo, alla faccia di chi dice che i comuni non sanno far valere i propri business. Sono imprese che producono servizi tariffabili, sbigliettabili, flussi certi di denaro cash. Liquidità di cui il capitalismo finanziario ha bisogno come i vampiri il sangue la notte.
Ma i comuni non sembrano protestare seriamente. Già da tempo, infatti, nella grande maggioranza dei casi, hanno abdicato al governo dei servizi pubblici locali, preferendo trasformarsi da gestori ad azionisti, da erogatori di servizi a percettori di dividendi azionari, da amministratori a giocatori d’azzardo in borsa. Ho letto che il Comune di Milano quest’anno si attende dalla sua multiutilities A2A spa 80 milioni di dividendi, non pochi. Auguri.
Difficile, quindi, per i grandi comuni non entrare in contraddizione con sé stessi nell’opporsi alle varie autority di regolazione e di vigilanza per la concorrenza che vogliono imporre regole uguali a tutte le società che operano nello stesso mercato, siano di capitale pubblico o privato o misto. L’unica ragione per pretendere di mantenere una opzione su un servizio monopolistico, sarebbe stata quella di mantenere una diversità di scopo dell’impresa, quindi anche della sua ragione sociale. Ed invece sono sorte multinazionali come Acea-Suez, A2A, Hera, Iride pronte a rastrellare le società minori e a fare affari anche in giro per il mondo. Ad esempio, sempre l’A2A SpA sta comprando in Montenegro dalla famiglia del premier locale la società elettrica pubblica, con qualche problema con l’opposizione, che accusa l’Italia di neocolonialismo mafioso.
Un’altra strada sarebbe stata quella di affermare la non profittabilità nella gestione di servizi essenziali, vitali e indispensabili. E’ troppo facile fare profitti, pubblici o privati, cambia poco, erogando servizi gestiti in esclusiva e in condizioni in cui non vi può essere effettiva concorrenza, cioè libertà di scelta del consumatore/utente. Non tutti i beni possono essere forniti in modo adeguato dal mercato. Vi sono questioni di principio, etiche e morali che sconsigliano la possibilità di lucrare privatamente su beni e servizi destinati a persone non necessariamente solvibili [è un caso di scuola delle scienze delle finanze ipotizzare o meno un margine di guadagno nella gestione di un ospizio dei poveri], così come vi sono questioni specifiche di funzionalità interna che impediscono ad una impresa di capitali di lavorare per ridurre i propri margini operativi, come dovrebbe invece normalmente succedere per quelle imprese che smaltiscono rifiuti o erogano acqua. Secondo voi, quando Veolia Water, Lyonaise des Eaux, Saur e le altre multinazionali dell’acqua metteranno le mani sulle fonti, saranno più interessate a garantire un minimo vitale di acqua per tutti o non invece a imbottigliarla, dov’è sta il margine operativo lordo più alto?
Più in generale, può succedere che i risultati economici di una società quotata in borsa non coincidano con il valore dei suoi titoli sul mercato. Un bel problema per un Comune che potrebbe trovarsi in un «conflitto di interessi» con sé stesso tra realizzare un utile di bilancio ed erogare un servizio: tenterà di guadagnare comprando e vendendo le azioni della sua utility o punterà sui dividendi? Si potrebbe trarre la morale che le istituzioni pubbliche che aziendalizzano finiscono per aziendalizzarsi.
Poiché sono evidenti le difficoltà e i rischi di una gestione privatistica di monopoli naturali, si è pensato a contromisure attraverso complicatissimi sistemi di regolazione pubblica o, per meglio dire, «terza» e «indipendente». Si sono dovute inventate Autority e logaritmi matematici, carte dei servizi e certificazioni che dovrebbero sovraintendere la fissazione delle tariffe e la qualità dei servizi erogati. Come dicono gli economisti, è stato «contrattualizzato» il rapporto fiduciario e diretto che legava amministratori pubblici e cittadini. Dispendiose impalcature normative e burocratiche che dovrebbero simulare il funzionamento del mercato e stabilire i «giusti guadagni» dell’impresa. Poiché in pratica nei settori dei servizi pubblici locali non vi è alcun rischio d’impresa e nessuna concorrenza possibile. L’unica forma di concorrenza si presenta [forse, spartizioni e inciuci permettendo] la prima volta che viene bandita la gara di concessione. Vogliamo essere facili profeti: come è accaduto per le autostrade, una volta assegnata la gestione diventerà praticamente impossibile scalzarla, a meno di contenziosi infiniti o dover sborsare cifre maggiori di quelle ottenute con i conferimenti. In Gran Bretagna, dove la Thatcher è stata l’apripista della privatizzazione dell’acqua, le concessioni sono già passate da dieci a 25 anni. Di fatto condizioni di monopolio a tempo indefinito.
C’è un pregiudizio negativo di partenza che regge l’idea della superiore efficienza della gestione privata: quello che le autorità pubbliche siano incapaci e corrotte. Nessuna nostalgia per le municipalizzate. Come spesso dice Riccardo Petrella «sarebbe necessario avere a disposizione altri meccanismi di governo dell’acqua: democratici, partecipati, trasparenti». Comunque, rimane la certezza che ladrocini e corruzioni saranno ancora più facilitate dal velo di segretezza che circonda i consigli di amministrazione delle SpA., dalla facilità con cui possono sponsorizzare quella o questa cordata politica-mediatica-affaristica. Insomma, è facile passare «dalle tangenti alle plusvalenze». Pensiamo solo alla capacità di pressione che esercita la mole di pubblicità vomitata dalle società concessionarie di acque minerali.
Speriamo che almeno per l’acqua vi sia un ripensamento in Parlamento. Siamo un po’ disperati e non ci rimane che sperare che i deputati leggano almeno l’ultima enciclica di Ratzingher, Carritas in Veritate: «E’ necessario che maturi una coscienza sociale che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani» [par. 27].
Facciamo uscire almeno l’acqua dal mercato.

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