COMUNICATO STAMPA – FestaReggio, dibattito Delrio Pizzarotti

Il sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, ha partecipato al dibattito con la spilla della campagna di Obbedienza Civile

Il Comitato ha richiesto di poter fare un breve intervento durante la serata organizzata alla Festa Democratica di Reggio Emilia, sul tema del futuro delle multiutilities nella gestione dei servizi pubblici. Purtroppo le domande non sono ammesse ai dibattiti della Festa (Sic!) e la nostra richiesta è stata quindi respinta: allora ci siamo fatti vedere.

Una trentina di cittadini, indossando la maglietta blu con la scritta “SI SCRIVE ACQUA, SI LEGGE DEMOCRAZIA” e mostrando la bandiera “IL MIO VOTO VA RISPETTATO” si sono disposti sotto il palco prima dell’inizio del dibattito, per un civilissimo gesto di partecipazione volto a ricordare che la concessione a Iren per la gestione del Servizio Idrico Integrato in prov. di Reggio è scaduta a fine 2011 e che le scelte sul futuro dell’acqua a Reggio devono essere all’insegna della coerenza e del rispetto del voto dei cittadini.

Coerenza, perchè già nel marzo del 2007 il Consiglio Comunale di Reggio si era impegnato a scorporare (allora da Enia) e a ri-pubblicizzare alla scadenza la gestione dell’acqua. Il Sindaco Delrio non può far finta di essersene dimenticato.
Rispetto del voto dei cittadini, perchè i cittadini reggiani hanno detto in modo inequivocabile, con il loro voto referendario, che l’acqua è un bene comune che va gestito fuori da logiche di profitto. Lo stesso sindaco Del Rio ha ribadito ieri sera di aver votato SI ai 2 referendum sull’acqua.
Basterebbe questo, oltre ad un po’ di coraggio, per guidare la scelta dei nostri amministratori sul futuro dell’acqua a Reggio.

Per ribadire le nostre ragioni, è partita una raccolta di firme per 3 Mozioni di Iniziativa popolare rivolte al Consiglio Comunale di Reggio Emilia, con cui chiediamo:

* di modificare lo Statuto del Comune, per recepire il principio che l’acqua è un bene “privo di rilevanza economica”, la cui gestione deve rimanere fuori da logiche di profitto
* di affidare la gestione ad un Ente di Diritto Pubblico. Con la nostra tariffa vogliamo garantire gli investimenti e l’equilibrio economico della gestione, non le remunerazioni milionarie dei mega menager e il profitto degli azionisti delle Isole Cayman…
* di contrastare qualsiasi processo ulteriore di fusione volto a creare la cosiddetta Grande Multiutility del Nord

A quest’ultimo proposito è interessante rilevare che il Sindaco Delrio si è dimostrato aperto e disponibile all’approvazione di due dei tre temi che abbiamo proposto. Inoltre tutti e tre i sindaci presenti si sono detti contrari alla Grande Multiutility del Nord.

Nel suo intervento il Sindaco Delrio ha ribadito più volte di volersi attenere ai fatti. Proprio perchè condividiamo questo principio vorremmo contestare almeno 3 sue affermazioni.
IREN SPA (lo dice il nome) non è una azienda pubblica: è una società per azioni quotata in borsa, è un ente di diritto privato che deve sottostare alle logiche di mercato, avendo come scopo principale il profitto. I sindaci sono soci e detengono quote di azioni. I sindaci in quanto soci devono perseguire la mission aziendale, ovvero il profitto.
Dichiarare pubblicamente che l’azienda è pubblica è mentire sapendo di mentire, e ancora peggio, mentire ai propri cittadini.
Essendo stata abolita dal Referendum, votato anche da Del Rio stesso, la Remunerazione del Capitale nella tariffa dell’acqua, quest’ultima sarebbe dovuta scendere dopo il Referendum, ma invece è stata aumentata dai Sindaci, ancora una volta, ben oltre il tasso di inflazione. Non ci risulta (dagli atti formali) che Iren abbia “accantonato”, come ha detto Delrio, la quota relativa alla remunerazione del capitale, in attesa di stabilire quale sia il profitto che Iren ricava dalla gestione. Possibile che, a più di un anno dal Referendum, i Sindaci che avrebbero dovuto essere i controllori del gestore, ancora non sappiano qual’è il profitto che il gestore fa sull’acqua in prov. di Reggio ? Apprendiamo tuttavia con soddisfazione che secondo Del Rio questo profitto deve essere pari a zero (perchè mai allora una società quotata in borsa dovrebbe gestire l’acqua ? per fare un dono alla collettività ?)
Infine, il Sindaco ha affermato che negli ultimi anni Iren ha “distribuito” alla collettività reggiana circa 200 milioni di Euro. Non ha precisato sotto che forma: dividendi o contributi vari, ma ha reagito piuttosto stizzito a chi dal pubblico gli ha fatto notare che quei soldi vengono dalle nostre tariffe, rispondendo che vengono invece da chi ha investito in Iren.
Vorremmo che ce lo spiegasse meglio, non solo perchè i ricavi di Iren vengono indubitabilmente dalle tariffe, ma anche perchè non riusciamo a immaginare perchè, ad esempio, un fondo di investimento americano dovrebbe “donare” alla collettività reggiana parte dei soldi che ha investito in Iren

Qui il video dell’intero dibattito http://www.ustream.tv/recorded/25339452

ACQUA PUBBLICA SENZA SE E SENZA S.P.A

Mercoledì 31 MARZO a partire dalle ore 15 in Consiglio Comunale, Sala del Tricolore

—> TUTTI IN CONSIGLIO COMUNALE!
per ricordare a chi governa la città che non basterà certo un fantomatico 51% pubblico a salvare l’acqua dei nostri rubinetti da una privatizzazione sancita dal Decreto Ronchi, e che comunque non si è mai vista nessuna democrazia del 51% dentro qualsiasi consiglio d’amministrazione di qualsiasi s.p.a., CHE NESSUN SINDACO POTRA MAI CONTRASTARE IN UN CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE DI UNA S.P.A UNA BANCA D’AFFARI, UN FONDO D’INVESTIMENTO O UNA SOCIETA’ FINANZIARIA, e che perciò stiamo svendendo al privato -perdipiù contenti di farlo!- le risorse del nostro territorio e delle nostra comunità, costruite e salvaguardate in decenni di investimenti e gestione pubblica, trasparente e finalizzata non alla speculazione finanziaria ma al bene dei cittadini.

E’ A RISCHIO IL FUTURO DEI SERVIZI PUBBLICI E IN PARTICOLARE DI UN BENE FONDAMENTALE COME L’ACQUA, la cui gestione ci è già stata tolta con questa follia finanziaria di fusione tra multiutility giocata sulla logica del profitto che avrà solo ripercussioni negative e che i cittadini, a cui non è mai stato chiesto nulla a riguardo, pagheranno con bollette più alte e peggioramento del servizio e riduzione degli investimenti. e mentre le gestioni privatizzate in italia stanno solo facendo sfracelli ad esempio a Parigi dopo 25 anni di gestione privata l’acqua è stata ripubblicizzata…
per di più con il Decreto Ronchi diventeremo il primo paese europeo a privatizzare per legge la gestione dell’acqua!

FERMIAMOLI!

non possiamo stare a guardare il nostro consiglio comunale mentre vota per svuotarsi di poteri e perdere controllo sul territorio nascondendosi ingenuamente ed ideologicamente dietro alla falsa favola del 51%…

—> COSA POSSIAMO FARE e CHIEDERE AI CONSIGLI COMUNALI:
– dichiarare giuridicamente negli statuti comunali l’acqua un “bene privo di rilevanza economica” per sottrarla all’applicazione del Ronchi
– chiedere uno scorporo del ciclo idrico dalla fusione Iride – Enìa e un suo affidamento a una società a capitale INTERAMENTE PUBBLICO.

SIAMO ANCORA IN TEMPO PER SALVARE I NOSTRI BENI COMUNI!

L’ACQUA E’ UN DIRITTO NON UNA MERCE!

Fermiamoli!

La fusione iride-enìa con la favola del 51% pubblico arriva nei consigli comunali. fermiamoli!


Lo dice anche la Corte dei Conti che è solo un affare sulle spalle dei cittadini!
http://www.corriere.it/economia/10_febbraio_26/privatizzazioni-corte-conti_220274c6-22e3-11df-8195-00144f02aabe.shtml

Qualche numero del nuovo gruppo
http://www.agi.it/torino/notizie/201003031805-eco-rto1024-multiutility_iridenia_entro_1_giugno_atto_fusione
e poi le cose importanti…
http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Italia/2009/commenti-sole-24-ore/20-febbraio-2010/iride-enia-fanno-pace-scelta-nome.shtml?uuid=8a268a24-1dfc-11df-811a-845fb99a3eb4&DocRulesView=Libero

Nozze Iride-Enìa: ma il cittadino cosa ci guadagna?

Tutti contenti. Certo, dopo quasi due anni di trattative, la fusione tra le società municipalizzate dei servizi, Iride ed Enìa, è andata finalmente in porto. Comprensibile la soddisfazione dei Comuni interessati, Torino, Genova e la catena di quelli emiliani, guidata da Reggio. Ancora per qualche anno, avranno la certezza di detenere almeno il 51 per cento della proprietà della nuova azienda e poiché, in tempi di finanze magre, queste società di servizi costituiscono le vere casseforti dei Comuni, le speranze di ancora maggiori introiti si rafforzano.
Nell’entusiasmo generale, alcune domande potrebbero guastare il clima, ma sorgono inevitabili, quanto provocatorie: perché il cittadino-consumatore dovrebbe partecipare al tripudio di festeggiamenti? Su quali garanzie dovrebbe contare perché, anche lui, possa pensare di avere un vantaggio dall’operazione? I precedenti di queste fusioni autorizzano a ritenere sia possibile una futura riduzione dei costi dell’energia, dell’acqua, della raccolta rifiuti?
A questo proposito, si è concentrata l’attenzione su un falso problema: la proprietà, pubblica o privata, della maggioranza azionaria di queste aziende. Così, la garanzia del 51 per cento in mano ai Comuni è stata presentata come una grande vittoria dell’interesse generale sulle mire speculative dei privati, subito pronti al rialzo delle tariffe per aumentare i profitti.
La «grande vittoria», innanzi tutto, potrebbe rivelarsi come quella di Pirro. Il decreto Ronchi, infatti, prevede che, entro il 30 giugno 2013, i Comuni debbano scendere al 40% del capitale ed, entro il 2015, passino al 30%. Ma la maggioranza della proprietà pubblica, anche se queste disposizioni dovessero essere annullate o ignorate, non garantisce affatto quella riduzione di costi per il consumatore che costituisce l’unico motivo per cui il cittadino, ora, dovrebbe unirsi al tripudio generale. Perché, in mancanza di regole per attuare una vera concorrenza nel mercato dei servizi, non si vedono ostacoli al risultato concreto di un rialzo dei prezzi e, quindi, di maggiori introiti nelle casse comunali, sulle spalle di chi consuma l’energia, il gas, l’acqua.
Pure i precedenti storici non confortano molto. L’esperienza ha insegnato che anche le maggioranze pubbliche di queste aziende non hanno mai garantito discese dei costi per l’utenza. La vera scommessa dell’operazione Iride-Enìa è, quindi, un’altra: quella che la possibilità di maggiori investimenti, l’utilizzo di economie di scala, la razionalizzazione delle strutture di governo in queste imprese consenta quel «miracolo» di un abbassamento delle tariffe che, finora, non si è mai verificato. Nell’attesa, rimandiamo la festa.

fonte: http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=201&ID_articolo=87&ID_sezione=&sezione=

Agli sgoccioli l’acqua del sindaco

La riforma dei servizi pubblici locali, tra cui la gestione idrica, prevista dal decreto Ronchi, ha colto di sorpresa gli enti locali. Anche in Emilia Romagna il privato è pronto a prendere il sopravvento sul pubblico. Col risultato che Hera ed Enìa si allontaneranno ancora di più dai loro enti locali di riferimento

20 GEN. 2010 – Pubblico o privato, chi fa acqua? Il dibattito da anni va avanti in Italia. Con esperti e semplici cittadini a chiedersi se il servizio idrico sia migliore se preso in carico da enti locali oppure se affidato a società esterne. A scansare ogni dubbio ci ha pensato il governo italiano con il decreto Ronchi, un provvedimento che riforma radicalmente i servizi pubblici locali mettendo la parola fine alle società per azioni totalmente pubbliche e a quelle miste con pacchetto di maggioranza in mano agli enti locali. Nel giro di un paio di anni tutte le società che gestiscono l’acqua andranno in mano ai privati e la quota di partecipazione pubblica non potrà superare la soglia del 30%. Non ci sarà più motivo, dunque, di chiedersi se l’acqua distribuita da società miste, ma con quota pubblica maggiore del 51%, si può chiamare ugualmente “acqua del sindaco”. Ciò che uscirà dai rubinetti sarà l’acqua del mercato, sulla cui tariffa decideranno industriali, multinazionali e gruppi finanziari. Il controllo da parte dei sindaci sarà molto debole. Da un certo punto di vista per loro sarà come essere sollevati da un faticoso carico di lavoro. Che consiste nel tutelare i cittadini-utenti (e il loro portafogli) e al contempo portare a casa qualcosa attraverso la rendita delle azioni possedute dal Comune.

La nuova normativa, nonostante l’importanza dei cambiamenti che impone su un bene indispensabile come l’acqua, non ha avuto un’approfondita discussione in Parlamento, anche perché è stata blindata dal voto di fiducia. Un caso che conferma come ultimamente il potere legislativo stia passando dalla sua sede naturale all’esecutivo. E un esempio di come si possono interpretare in malafede i dettami dell’Unione Europea. Il decreto Ronchi, infatti, attua obblighi comunitari “in materia di servizi pubblici di rilevanza economica”, ma l’Europa non ha mai imposto né gare né limiti alle partecipazioni pubbliche. Anzi, si è sempre espressa per l’indifferenza degli assetti proprietari, considerando un vantaggio per gli enti locali la possibilità di scegliere tra una molteplicità di modelli (l’in house, l’impresa mista, o la gestione affidata tramite gara a scadenza).

Contro il decreto Ronchi il partito dell’Italia dei Valori ha presentato la richiesta di un referendum. Il Pd invece si trova ancora a fare chiarezza sull’argomento visto che una parte dei suoi senatori ha votato a favore del provvedimento. In Emilia-Romagna un referendum in materia di privatizzazione di società di servizi pubblici si è già tenuto. Nel settembre del 2008 i cittadini di Carpi sono stati chiamati a dare il loro parere sulla decisione del Comune di cedere a un partner privato buona parte delle proprie quote di Aimag, la locale multiutility. In quel caso gli esponenti locali del Pd e dell’Italia dei Valori erano tutti a favore della decisione della giunta. Per mettere a posto il bilancio comunale gli amministratori avranno pensato, fra sé e sé, che si trattasse di un’operazione sempre meno invasiva dell’affidarsi a prodotti finanziari derivati. Pazienza se in quel modo si sarebbe svenduto il risultato di una storia quasi secolare di sana gestione pubblica. Al referendum vinsero i contrari alla cessione del pacchetto di azioni, ma il quorum fu molto lontano dall’essere raggiunto. Votò soltanto il 21 per cento dei carpigiani. Le quote di Aimag sono poi state acquistate da Hera attraverso un bando di vendita al miglior offerente davanti al quale il colosso bolognese si è presentato da solo.

Intanto lunedì scorso a Piacenza, Parma e Reggio Emilia
, hanno scioperato i 2400 dipendenti di Enìa, l’altra grande multiutility della regione. Ce l’hanno col gruppo perché si sentono poco, anzi per niente, interpellati. E perché non hanno nessuna informazione riguardo al futuro della società, impegnata in un progetto di fusione con il gruppo ligure-piemontese Iride. Tanto meno i lavoratori riescono a intuire quale strada prenderà Enìa in seguito alle nuove disposizioni privatizzanti. Ma a preoccuparli prima di tutto sono le condizioni di lavoro. Già ora denunciano l’eccessivo ricorso da parte della società agli appalti e a contratti di lavoro precari. Pratiche che un domani potranno solo aumentare, quando la proprietà sarà ancora più soggetta agli influssi borsistici. Perché la parola efficienza, per le grandi aggregazioni e per gli azionisti privati, vuol dire tagliare posti di lavoro. Un film già visto col processo di espansione di Hera che ha portato alla chiusura di diversi laboratori delle acque, com’è successo a Ferrara.

Per arginare l’ondata di privatizzazioni,
il Forum italiano dei movimenti per l’acqua ha indicato una strada che parte dal basso. Sempre più comitati locali stanno spingendo i comuni a dichiarare nei loro statuti l’acqua un bene privo di rilevanza economica. Un modo per scavalcare le ultime normative, che riguardano appunto “servizi pubblici di rilevanza economica”. Ferrara, Fiorano Modenese, Cavriago (la lista aumenta di giorno in giorno), hanno già risposto in maniera positiva, approvando ordini del giorno che impegnano il comune a mettere nero su bianco tale riconoscimento. Ma la modifica più grossa fra qualche mese la subiranno gli statuti societari delle multiutility aprendo le frontiere alla partecipazione del privato. Quale statuto la spunterà?

di Andrea Bassi – viaemilianet.it

Acqua bene comune? In Provincia no!

Lunedì 11 si è tenuto un consiglio straordinario (per definizione e non per esito o qualità) sul tema acqua.  Grazie alle pressioni fatte da Rifondazione il consiglio era aperto alla partecipazione  e agli interventi del pubblico.

E noi abbiamo partecipato.

Il Pd ha presentato un ordine del giorno ben scritto e apprezzabile nella forma. La sostanza era però abbastanza deludente. Al di là delle belle parole, dei buoni propositi e dell’evidente condanna al decreto Ronchi non vi erano però impegni concreti e prese di posizioni precise. Sono tutti d’accordo che l’acqua sia quella cosa umida e blu, che sia un bene da tutelare, che nel mondo cominci a scarseggiare ma non si riesce ad esprimersi sulla sua natura. L’acqua per il Pd può essere ed è un BENE DI RILEVANZA ECONOMICA e come tale va gestito con spa e ricerca di profitto.

Come comitato abbiamo presentato un ordine del giorno ben diverso e ben più chiaro. Si chiedeva di decretare l’acqua un bene PRIVO di rilevanza economica  in quanto servizio pubblico essenziale per garantire l’accesso all’acqua per tutti e pari dignità umana a tutti i cittadini.

Non ci siamo neanche addentrati nella questione Enìa-Iride per non complicare troppo la faccenda ad un’aula che è parsa incapace di capire la natura del discorso.

Per tutta la durata della seduta si sono susseguiti interventi veramente interessanti (qui ne trovate un sommario resoconto): chi parlava di dighe, chi di concorrenza sleale alle grandi marche dell’acqua in bottiglia, chi predica politiche comuni al Forum Nazionale dell’acqua e poi si esprime con voti schizofrenici, chi parlava di bene della comunità senza però specificare se per comunità intenda i padani del Po o i cittadini tutti…

Insomma per risolverla con una battuta ognuno ha tirato l’acqua al suo mulino. Citando un autore importante “Ci fu una grande battaglia di idee e alla fine non ci furono né vincitori, né vinti, né idee.”

Inutile scrivere l’esito: ordine del giorno del Pd: 24 votanti, 17 favorevoli, 7contrari; ordinde del giorno del coordinamento: 24 votanti, 1 favorevole, 23 contrari.

Siamo consapevoli che il problema acqua sia ampio e ci sia bisogno di trattare tutte le problematiche che sono emerse, ma dobbiamo partire dalla radice (o dalla sorgente) del problema: definire l’acqua un BENE COMUNE PRIVO DI RILEVANZA ECONOMICA.

E questo non siamo solo noi a dirlo: la nostra voce è quella dei più di 5000 reggiani che hanno firmato la proposta di legge per la ripubblicizzazione dell’acqua, dei cittadini della provincia che si sono visti calare sopra la testa una privatizzazione che non volevano (ma tanto non gli ha chiesto niente nessuno), quelle persone che hanno capito che parlare di acqua significa parlare del nostro presente, del nostro futuro. Significa parlare della nostra vita.

Ma noi continueremo a partecipare.

Acqua, ultimo prezzo – da viaemilianet.it

Da bene comune a bene privato. Il caso di Aimag, “un gioiello di famiglia svenduto a Hera”. Parla Giancarlo Spaggiari, già presidente di Agac (l’ex-municipalizzata di Reggio Emilia) e ora consulente della multiutility che Carpi ed altri comuni hanno deciso di cedere in buona parte al colosso bolognese

CARPI (MO), 6 OTT. 2009 – Svendesi cospicua quota di società di servizi pubblici. E’ l’annuncio che avrebbero potuto affiggere Carpi e gli altri comuni della provincia di Modena soci della multiutility Aimag. Gli enti locali, cioè, che hanno deciso di cedere il 25% del capitale sociale della propria ex municipalizzata a un soggetto esterno. Nei giorni scorsi una commissione ha valutato positivamente l’unica offerta d’acquisto ricevuta dopo la pubblicazione del bando di gara, quella avanzata da Hera Spa. Un’approvazione che lascia però l’amaro in bocca in casa Aimag. Presso il quartier generale dell’azienda è difficile avere commenti, ma il clima che si respira è di insoddisfazione. “Aimag è fortemente amareggiata perché, per fare cassa e per rientrare dei loro debiti, i Comuni regalano un gioiello di famiglia” a parlare è Giancarlo Spaggiari, consulente di Aimag e unico membro della commissione chiamato a rappresentare il punto di vista della multiutility carpigiana. “Mi sono trovato in una posizione fortemente minoritaria in quanto, su cinque componenti, quattro erano funzionari di Comuni i cui bilanci dipendevano dalla vendita di Aimag”, ci spiega Spaggiari sottolineando di essere uscito sconfitto dalla commissione. “Per quanto scritto sul bando di gara, l’offerta di Hera andava respinta. Ma la fretta di vendere ha prevalso”.

Allora avevano ragione i promotori del referendum contro la privatizzazione?
Il referendum è stato posto in maniera fuorviante. Si parlava di privatizzazione di Aimag, mentre il procedimento che si voleva attuare era diverso. Se alla fine c’è stato un solo offerente, è chiaro che il disegno era ampiamente politico e volto alla monopolizzazione e cioè all’accorpamento di Aimag in Hera. Il progetto era di compattare tutto all’interno del “mostro” dell’iper società regionale. A comporre Hera, una volta, erano diverse società provinciali, poi riunite in un’unica holding che ha sede a Bologna. Se però si chiama per un guasto al rubinetto risponde un call center che probabilmente è a Latina.

La perdita della territorialità delle società di servizi è un processo già avviato da tempo…
Quando ero direttore all’Agac (l’azienda di servizi municipalizzata di Reggio Emilia, ndr), correvo su e giù per i comuni di tutta la provincia. C’era un rapporto col territorio da parte di questo tipo di aziende, che, voglio ricordarlo, sono dei cittadini, non dei politici. I processi di concentrazione e di espansione non hanno nessuna ragione d’esistere, perché si tratta di società che non dovrebbero andare fuori dal proprio territorio, bensì dovrebbero restarci per lavorare bene.

Allora anche la fusione tra Iride ed Enia è senza senso…
Per l’utenza non vedo quali vantaggi possa portare. Le motivazioni di chi promuove l’operazione sono del tipo “ci fondiamo per diventare più grossi, per acquistare massa critica”. Ma per andare a far cosa? Combattere contro Marte? Conquistare dei territori dove? Andare a distribuire l’acqua e il gas in Polonia? No, non sono questi i motivi che spingono alle fusioni. Le unificazioni si fanno per il soddisfacimento strettamente economico dei manager. E per creare dei ricoveri per politici trombati. E’ il calo dei consensi alla politica dominante che fa prendere queste strade.

E dell’ultimo decreto in materia di servizi pubblici, il provvedimento che interviene sull’obbligatorietà della gara per l’affidamento del servizio idrico specificando che il socio privato non può avere una quota inferiore al 40% del pacchetto azionario, cosa ha da dire?
E’ un disastro. Ma soprattutto è comico per il termine che stabilisce: il 2010 (termine entro il quale decadono gli affidamenti a spa miste dove il socio non è stato scelto tramite gara, ndr). La proprietà in mano pubblica di praticamente tutte le società di pubblici servizi dovrà scendere al 30 per cento, mentre oggi in molti casi è ancora all’80 o 90 per cento. In Italia non ci sono abbastanza soldi perché il privato possa comprare tutte queste quote in mano ai Comuni. I casi saranno due: o verranno svendute, oppure entreranno le multinazionali. Ma in Borsa, ripeto, non ci sono abbastanza soldi per operare una privatizzazione di questo tipo in tempi così brevi.

Un decreto voluto da lobby di industriali assetate di guadagni assicurati in tempi di crisi…

La pressione di Confindustria è da anni che esiste in questo settore, dal loro punto di vista si tratta di un territorio in cui potersi espandere e profittare. Chi ancora resisteva a queste mire erano i partiti di centro sinistra che avevano ancora al comando delle multiutility dirigenti da loro nominati. Poi c’era la Lega Nord, la quale aveva trovato nelle aziende pubbliche spazio per disseminare i propri amministratori. Di colpo però è intervenuta un’intesa, quella fra Fitto e Calderoli, che ha fatto abbandonare alla Lega la posizione precedente. Non so quale sarà il seguito di questo patto, la gente non se n’è mica accorta ancora.

di Andrea Bassi

LA MAZZATA FINALE DEL GOVERNO SULL’ACQUA PUBBLICA |

Iride-Enìa: acqua privata e energia nucleare

Trovate qui di seguito l’intervista pubblicata su Milano Finanza a Roberto Bazzano, presidente di Federutility (a federazione delle imprese di servizi pubblici locali che gestiscono gas, acqua ed energia elettrica) e neoeletto presidente di Iride spa.

Lui di sicuro le idee chiare le ha. L’acqua nel 2009 è un business e sulla sua gestione vanno fatti i profitti.

Altro che acqua pubblica, gestita dai cittadini e dai Comuni.

Non ha paura di ammeterlo il signor Bazzano:  “Il settore idrico ha un potenziale  di crescita (economica n.d.r.) notevole. In Italia abbiamo le tariffe tra le più basse d’Europa e l’acqua rappresenterà sempre di più un valore crescente per la nostra società. Inoltre è un settore anticiclico, che in tempi di crisi rappresenta un ulteriore valore aggiunto…

E così magicamente anche a Reggio Emilia l’acqua diventrà finalmente una merce, da gestire secondo logiche di profitto e perchè no da far pagare a caro prezzo.

Ma non finisce qui. Nel seguito dell’intervista il brillante a.d. di Iride non nega di subire la tentazione di nuove incorporazioni per creare un gruppo finanziario esteso a tutto il Nord Italia (con conseguenze sui lavoratori ma soprattutto sui loro posti di lavoro) e non disdegna nemmeno l’idea di entrare nel campo dell’energia nucleare.

Forse quelli che non hanno le idee chiare sono  i  cittadini di Reggio Emilia (e non solo):  forse perchè il neo-ri- eletto sindaco Graziano Del Rio ha sempre rassicurato i reggiani affermando che l’acqua non sarebbe stata privatizzata anzi il controllo pubblico sarebbe stato sempre forte  e chi (come noi del comitato) va’ in giro a dire che l’acqua non è pubblica afferma il falso.

Allora a chi dobbiamo credere?

In una S.p.a. conta più il parere dell’amministratore delegato o quello di un semplice socio(il nostro

sindaco)?E le decisioni chi le prende? E i cittadini che fine hanno fatto in tutto questo?

E la nostra acqua??

intervista a Bazzano 30 mag 09